Emigrazione e spopolamento, disoccupazione, recessione e crisi economica, isolamento, arretratezza strutturale, partenza, fuga, nostalgia, addio.
Questo è solo un piccolo elenco delle parole che noi giovani meridionali siamo abituati a sentire fin da molto piccoli. Le sentiamo a casa, a scuola, per strada, negli uffici pubblici e nei luoghi di svago, è qualcosa che si insinua, lentamente ma inesorabilmente, nelle menti e nei cuori di ciascuno di noi.
Sono parole, modi di dire, espressioni del linguaggio quotidiano che spesso si fatica a riconoscere e ad individuare, diverse volte le pronunciano senza neanche accorgercene, continuando ad alimentare questo circolo vizioso fatto di sostantivi ed aggettivi. Perché?
Perché ormai tutto ció, a nostra insaputa, fa parte del nostro bagaglio culturale e dell’essere meridionali, o come direbbe qualcun altro, terroni.
Perché ormai siamo cosí abituati a questo linguaggio e a questo modo di pensare, che ci é stato affibbiato e indotto, ma a cui noi non abbiamo saputo reagire in alcun modo, che il solo fatto di essere nati al di sotto del Po significherà, prima o poi, che dovremo fuggire dalla nostra terra e dai nostri affetti e portare le nostre personalità e le nostre capacità, anche il nostro essere meridionali, altrove.
Un altrove che ormai da anni non è più solo il Nord Italia, ma l’Europa e sempre di più il resto del mondo.
La nostra indifferenza, il nostro individualismo sfrenato, sintomatico e caratterizzante di una intera generazione e anche di più, ci rende ciechi di fronte ai reali problemi che il Sud Italia vive da decenni e a cui pochissimi hanno cercato di trovare delle soluzioni, ma nessuno, oggettivamente, ci è riuscito.
Di anno in anno, di fase politica in fase politica, ci inducono a concentrarci sempre su qualcosa di altro rispetto ai reali problemi del Mezzogiorno, rispetto alle questioni che ci costringono fin da molto piccoli a dover andare via e abbandonare, spesso per sempre, il luogo in cui siamo nati e cresciuti, in cui siamo diventati giovani adulti.
Il dibattito pubblico, tranne quelle 2 o 3 volte l’anno in cui si parla di Svimez e di Sud, parla sempre di altro rispetto ai temi che ci obbligano a dimenticare le nostre tradizioni, i nostri riti, i nostri luoghi bellissimi perché qui non possiamo avere un futuro.
E i primi che ci incoraggiano a fuggire, a scappare, ad abbandonare tutto per una vita migliore, sono proprio quelli che invece ci dovrebbero consigliare ed aiutare a fare scelte coraggiose, quelli che nella fase delle scelte hanno la maggiore influenza sulla nostra vita: gli insegnanti.
Dopo gli insegnanti vengono i genitori, i parenti, gli amici e tutti gli altri.Ognuno con un pregiudizio, con dei preconcetti che si sono solidificati anche in loro fin da quando erano molto piccoli e che, come sappiamo, sono difficile da sradicare.
Ma se tutto quello che hai intorno a te, se ogni persona o cosa che ti circonda reca in lettere maiuscole a grandezza cubica la scritta: “FUGGI, VAI VIA”, secondo voi quale può essere la reazione di ragazze e ragazzi di 17, 18 anni che non hanno alcuna esperienza della vita e che fino a quel momento sanno della vita e della società ciò che gli è stato propinato e fatto ripetere a memoria?
La risposta è scontata, ma la vogliamo dare lo stesso.
Intere generazioni cancellate, famiglie intere scomparse dalla storia di un luogo, genitori soli che sempre di più viaggiano in giro per l’Italia e per il mondo per vedere per qualche ora i loro figli, per festeggiare insieme un compleanno.
Questo è il risultato di decenni di politiche sbagliate, sicuramente, di decenni di corruzione e malaffare, sicuramente, ma anche di un sistematico lavaggio del cervello che ha fatto credere in primis ai meridionali di essere terroni. Senza alcuna speranza di riscatto e di salvezza.
Pensiamo che i fallimenti di chi ci ha preceduti, anche trentenni e quarantenni, siano lampanti e non ne vogliamo discutere ulteriormente.
Pensiamo però, altresì, che il vittimismo e la fuga non siano più tra le opzioni a nostra disposizione. Ora è il momento di reagire, di pretendere che si punti sui talenti del Mezzogiorno, che si torni a creare sviluppo economico, posti di lavoro e speranza nel futuro.
Soprattutto quest’ultima, la speranza in un futuro migliore, è quella di cui abbiamo un disperato bisogno.
Perché senza speranza non ci si alza ottimisti la mattina, perché senza speranza non si decide di studiare in una università del Sud Italia, perché senza speranza non si decide di investire nel Mezzogiorno, perché senza speranza, questa vita, non é più degna di essere vissuta.
