La Cina sta imponendo la sua diplomazia di guerra al coronavirus" ci dice il Corriere della Sera,
oggi.
In principio, almeno secondo la storiografia prevalente, fummo noi. La ambizione/vocazione di
Roma a dominare il mondo intero (allora conosciuto) si realizzò con l'Impero Romano. Di modelli
di impero se ne sono susseguiti svariati, con la fine di Roma; e senza indugiare sulle caratteristiche
e sulle differenze tra questi (e sull'intelligenza nella cessione di sovranità dei Romani ai popoli ad
essi asserviti e sulla retorica della contaminazione dei costumi), il sogno di tutti i popoli (poi, dopo
la rivoluzione francese, anche delle nazioni), che acquistavano potere sullo scenario mondiale è
stato sempre lo stesso: non solo accrescere la loro forza per difendere i loro confini ma un unico
grande (e pericoloso) obiettivo: dominare il mondo.
D'altra parte, se l'uomo ha avuto una
antropocentrica ambizione/vocazione di affermare il proprio predominio sulla natura, sul piano
della costruzione dell'io collettivo nel rapporto con la terra (e qui scatta la fantastica nostalgia per
Tex Willer e gli indiani d'America), sul piano geopolitico è anche naturale che le nazioni o i popoli
forti non difendano semplicemente la propria potenza, ma cerchino di usarla per dominare il mondo.
Una ambizione/vocazione che non appartiene al concetto di giusto, ma al concetto di realtà, nel
senso che ad essa hanno dato Spinoza, Giordano Bruno, Machiavelli, contestati da chi fa
riferimento al concetto di giusto e di fine verso il bene (quasi esclusivamente sul piano teologico,
quindi) ma mai smentiti sul piano del realismo della storia. D'altronde, la "banalità del male", di
Anna Arenth, è la consacrazione postbellica del principio di realtà/necessità.
La nostra storia moderna (che – fino alla nascita delle tigri asiatiche – pensavamo fosse confinata al
mondo occidentale, ha visto la stessa forza propulsiva imperiale. Hitler e la sua guerra
schmittianamente orientata alla rivalsa della terra (la Germania) contro il mare (l'impero
Britannico).
E, dopo la guerra, l'Impero Amerikano, con la stessa voglia di egemonia e con lo stesso
anelito ad eguagliare i Romani, come scrisse, già negli anni '70, Luttwak ne "La grande strategia
dell'Impero Romano" (ma sempre nel senso amerikano, con Coca cola e interventi di "guerra-
preventiva-per-tutelare-la-democrazia-dei-popoli-senza-essere-stati-chiamati-da-nessuno"). Di
fronte, la Russia, che anche quando sovietica non ha rinunciato a restare impero. E che oggi, con
Putin, ci riprova, conscia però di poter giocare le sue carte solo verso l'Europa e mantenere la sua
influenza sui paesi limitrofi ad oriente, più per difesa che per espansione. Ma senza un profilo
imperiale, nel senso "romano" del termine. Oscilla tra le mire espansionistiche verso il sogno della
"Terza Roma" (dopo Roma e Costantinopoli, toccherebbe a Mosca, secondo la mitologia della
storia in chiave hegeliana richiamata da Dugin) e la difesa degli interessi nazionali. Ma non un
tentativo di "dominare il mondo". Come Trump, dall'altro lato dell'oceano che, con la sua "America
the first", lancia un messaggio all'interno e cerca (con qualche sbavatura in medio oriente) di
difendere il suo popolo più che conquistarne altri.
Oggi, ai tempi del Coronavirus, resta solo una potenza a coltivare e praticare il sogno imperiale. La
Cina. Da sempre Impero, nazionalista solo ai tempi di Mao. Ritorna a voler "dominare il mondo".
Ne ha la forza militare, scientifica, tecnologica ed economica. Ed ha il popolo. Non – o non ancora
– infiacchito da tentazioni consumistiche e lussuriose (le stesse che determinarono la fine
dell'impero romano). Un popolo che ha bisogno di spazio e di nuove terre. Dopo aver invaso tutto il
mondo occidentale (con i container dei prodotti che anche le imprese occidentali ormai da decenni
lì producono), dopo aver letteralmente comprato intere nazioni in Africa, la vocazione imperiale
cinese non si fermerà. Sarà per questo che sabato scorso Xi Jinping ha telefonato a Angela Merkel,
Emmanuel Macron, al presidente serbo Aleksandar Vucic. Con Di Maio la "Via della Seta" era già
spianata. Ha chiamato anche Madrid, scegliendo non il capo del governo ma il re Felipe, come a
lanciare un messaggio tra "imperatori".
"Il leader comunista sta imponendo la sua diplomazia di
guerra al coronavirus" ci dice il Corriere della Sera, oggi. Ai leader di tutto il mondo sta
comunicando che è pronto a fornire tutto il suo sostegno. E, aggiungiamo, a mostrare e dimostrare
la sua forza.
L'Europa? Beghe di pollaio tra governanti che sono pronti a vendersi al miglior offerente (USA?
Russia? Cina? È l'interrogativo dei ministri degli esteri europei) e con i suoi popoli che hanno
avuto, almeno fino al tempo del Coronavirus, un unico grande obiettivo per il futuro: l'aperitivo,
anche nello stesso locale frequentato dai figli, magari. Crolla così "il Sogno Europeo" di Rifkin, ma
anche "L'Impero interiore" di De Benoist. Resta, purtroppo, solo Spengler e il suo "Tramonto
dell'Occidente". E la buro-democrazia europea, in crisi di capacità decisionale e di consenso
popolare, lascerà il posto al decisionismo autocratico (la democratura, la chiamano alcuni), che
piace tanto a De Luca, Governatore della Campania.
Le prove tecniche, in Italia, le sta facendo il
Governo Conte. Archiviare la democrazia. E, al popolo, non dispiace. Neanche alla Cina. Ciò che
interessa, d'altronde, è che finalmente avremo un nuovo piano Marshall, in salsa cinese, ma che fa?
Riusciremo però ad imporre, in nome della nostra storia, che prenda il nome di "Piano Marco Polo".
La coscienza è salva.
Il Lupo