TRADIRE L’ELETTORATO DI CENTRO DESTRA E’ LA MOSSA CHE LO PORTERA’ ALLA SUA FINE POLITICA. E LUI LO SA.
E’ inutile alimentare la polemica sulla questione Città Spettacolo. La decisione dell’annullamento degli eventi chiude la vicenda. Ma, in questa polemica, ciò che è emerso in maniera preoccupante è il comportamento del Sindaco di Benevento, il quale non riesce a tollerare alcuna espressione di dissenso e reagisce puntualmente in maniera scomposta e verbalmente aggressiva. Non è sempre stato così. E’ un comportamento, oltre che non consono ad un rappresentante istituzionale, anche lontano dalla cultura politica di provenienza, quella democristiana, dai toni pacati e caratterizzata dall’assenza di rancore nella dialettica politica. Ma c’è una ragione in questo cambiamento: da un lato c’è un suo malcelato fastidio a misurarsi con le normali dialettiche cittadine e la intolleranza ad avere come interlocutori i rappresentanti politici locali (“Rispetto a questi lillipuziani, io sono la storia d’Italia.” http://www.ntr24.tv/2020/01/04/mastella-sfido-chi-mi-ricatta-rispetto-a-questi-lillipuziani-io-sono-la-storia-ditalia/) che emerge anche attraverso i frequenti richiami a frequentazioni politiche di altro livello ed altri tempi (Moro, Fanfani, etc…), che ricorrono ad ogni sua intervista (come nella famosa intervista del 25 gennaio 2020 al Fatto quotidiano https://www.anteprima24.it/benevento/dimissioni-voto-mastella-conferma/), nella quale magnificò pure il suo clientelismo di quei bei tempi andati).
Da un altro lato vi è la consapevolezza che il suo disegno politico, di utilizzare il ruolo di Sindaco della Città per tentare di tornare ad essere interlocutore “nazionale”, sta fallendo. Che avesse questa idea, è risultato evidente nel corso della consiliatura, durante la quale - alle prime promesse alla città di dedicarsi ormai solo a quella che continua a chiamare “la sua gente” (con linguaggio tipico della cultura feudale che lo pervade), promettendo una ritirata dopo aver risollevato le sorti della città, ed illudendo gli ingenui cittadini beneventani che questa volesse essere la nobile conclusione della sua lunghissima esperienza politica - ne è seguito un approccio che più che alla buona amministrazione è stato concentrato sulla ricerca di alleanze politiche, rivelatesi, poi infruttuose.
In questa sede, non enumereremo i fallimenti amministrativi (ci riserviamo di farlo in altra sede) ma ci concentreremo solo sui passaggi politici. Entrato a gamba tesa in un contesto nel quale si era liberato uno spazio (l’eredità della Giunta Pepe, che gravava sulle spalle di Raffaele del Vecchio, faceva presagire una forte volontà di cambiamento in città), alimentato anche dalla inconsapevole complicità dei 5stelle che gli sbarazzarono il campo da un avversario all’epoca assai temibile (lo stimato Nicola Sguera) dall’esautorarsi della stagione della destra cittadina, alimentata dalla crisi nazionale dell’allora PDL, si presentò alla città come la garanzia di capacità amministrativa e come quello che – poiché non aveva più interessi politici, però aveva “conoscenze” – avrebbe portato risorse e lavoro. Fu gioco facile condurre una campagna elettorale su queste suggestioni, in una città già allo stremo economico, evitando ogni confronto con gli sfidanti e utilizzando il linguaggio di “chi sapeva e poteva” (v. manifestazione al teatro Massimo con Della Valle, la cui presenza doveva avere il ruolo di far prevedere un massiccio intervento dell’amico e forte imprenditore italiano sulla città). La semplificazione giornalistica definì la coalizione a suo sostegno come centro destra, ma in realtà lo stesso non ha mai nascosto che la sua non era una candidatura di centro destra ma civica di centro. Nel frattempo rastrellava i “senza casa” della stagione del centro destra di governo (Capuano, Pasquariello, De Minico, Orlando, Reale, che restarono poi in gran parte in Forza Italia, unico partito del centro destra che lo sostenne).
Vinta, senza colpo ferire, la campagna elettorale, iniziarono le gradi manovre. La candidatura della Lonardo al Senato con Forza Italia e l’alleanza già stretta a suo tempo con i sindaci del Tammaro Titerno per la elezione della stessa (propedeutica alla costruzione di un suo gruppo di potere provinciale da concretizzarsi poi con l’elezione del presidente della provincia) nacque nel clima più congeniale ai suoi principi: erano i tempi del patto del Nazareno Renzi-Berlusconi e non si escludeva, al tempo, un patto PD- Berlusconi. Nel frattempo, sul piano amministrativo, le crepe giunsero subito dopo la sua elezione. La girandola di revoche degli assessori, iniziata proprio con quella di Gerardo Giorgione, reo di aver postato sul suo profilo facebook degli apprezzamenti (poco nobili, in verità), proprio alla moglie di Renzi (guarda caso), dimostravano già una debolezza strutturale della sua maggioranza e la mancanza di un progetto di prospettiva per la città. La dinamica amministrativa si è impantanata ben presto in giochi di palazzo che lo hanno portato alle gravissime affermazioni ed insulti inflitti ai suoi consiglieri di maggioranza, al tempo delle sue finte dimissioni da Sindaco della fine di gennaio di quest’anno. Parlò di ricatti, di succhia ruote, etc… ma la storia della città ancora non ne conosce il motivo. Certo, l’amministrazione cittadina non ha brillato di progetti e di opere, ma passerà comunque alla storia come la più grande roulette russa che Benevento abbia mai avuto.
Tuttavia, dopo l’elezione della sig.ra Lonardo al Senato, il nostro fece un gesto significativo che è passato in sordina. Prese la tessera di un partito nazionale. Forza Italia. Era la prima volta dopo la DC. Era il 2018 e il centro destra era in netta crescita, e vinse di gran lunga le elezioni, anche se la divaricazione tripartita tra centro destra, 5 stelle e Centrosinistra, non consentì di affidare il governo alla coalizione, perché non aveva la maggioranza in parlamento. Ma, nell’imminenza del dopo voto, e nella lunghissima attesa delle decisioni di Mattarella sul nuovo governo, Mastella cercò di accreditarsi come leader del centro destra (ricorderete che le conferenze stampa le conduceva lui, per Forza Italia, con la Lonardo e Fernando Errico al suo fianco, nel ruolo di pedine/comparse). Lì c’era una doppia partita: non era escluso che, nella cabala dei possibili governi, scappasse un accordo che comprendesse la stessa Forza Italia e, comunque, il centro destra in crescita e il declino del PD, facevano prevedere che la partita si potesse giocare anche in Campania. Ed infatti, poco dopo, con De Luca ai minimi di gradimento, iniziarono le sue richieste di essere indicato come candidato governatore del centrodestra o, in alternativa di celebrare le primarie. Alternativa che fu anche nei suoi pensieri allorquando si dimise da Sindaco, nel gennaio 2020. I tempi c’erano anche per una sua candidatura a Governatore della Campania.
Non trovò sponda nel centro destra, neanche per la sua ricandidatura a Sindaco e riparò goffamente con una ritirata immotivata dalle dimissioni, accompagnata da un ennesimo ed illogico rimpasto di giunta. Ha ammantato la sua scelta con una sorta di guerra santa per il sud contro l’invasore nordista (eccezione che non espresse quando ha sostenuto La Lonardo e Fernando Errico all’uninominale, dove venivano votati anche dalla Lega (e da Fratelli d’Italia).
Sfumata ogni possibilità di recuperare centralità politica a destra e complice la riesumazione di De Luca grazie al Covid, non gli restava che tirare fuori il suo numero migliore: salire sul carro del vincitore. Ma, stavolta, senza prospettiva per sé. La sua lista Noi Campani, rischia di non essere determinante – se dovesse vincere De Luca – e lui stesso sa che se dovesse prendere un consigliere, difficilmente sarà di Benevento. Ecco perché, almeno fino alle elezioni, nessuno sostituirà Gino Abbate, con lui candidato, alla guida della Ge.Se.Sa. Potrà sempre rinominarlo, nel caso – molto probabile – di una sua non elezione. Se a questo aggiungiamo che le elezioni al parlamento sono lontane e non si conosce né legge elettorale né composizione dei collegi, in attesa del referendum, l’unica chance che gli resta è proprio quello che non voleva e non gli piace fare (visti anche i modesti e lillipuziani, questi sì, risultati). Ricandidarsi a Sindaco della città.
Con la differenza che tra un mese, quando saranno state archiviate anche le elezioni regionali, nelle quali anche una eventuale elezione di De Luca lo confinerà all’irrilevanza numerica politica, nessuno lo vorrà come proprio candidato. Né il centrosinistra che nascerà dalla faida in atto con le regionali, né il centro destra che ha tradito, né ovviamente i 5 stelle. E non pare che goda di credito presso alcuna possibile componente civica.
Il nervosismo è giustificato.
Il lupo
