mercoledì 26 agosto 2020

IL NERVOSISMO DI MASTELLA E’ GIUSTIFICATO.

TRADIRE L’ELETTORATO DI CENTRO DESTRA E’ LA MOSSA CHE LO PORTERA’ ALLA SUA FINE POLITICA. E LUI LO SA.

E’ inutile alimentare la polemica sulla questione Città Spettacolo. La decisione dell’annullamento degli eventi chiude la vicenda. Ma, in questa polemica, ciò che è emerso in maniera preoccupante è il comportamento del Sindaco di Benevento, il quale non riesce a tollerare alcuna espressione di dissenso e reagisce puntualmente in maniera scomposta e verbalmente aggressiva. Non è sempre stato così. E’ un comportamento, oltre che non consono ad un rappresentante istituzionale, anche lontano dalla cultura politica di provenienza, quella democristiana, dai toni pacati e caratterizzata dall’assenza di rancore nella dialettica politica. Ma c’è una ragione in questo cambiamento: da un lato c’è un suo malcelato fastidio a misurarsi con le normali dialettiche cittadine e la intolleranza ad avere come interlocutori i rappresentanti politici locali (“Rispetto a questi lillipuziani, io sono la storia d’Italia.” http://www.ntr24.tv/2020/01/04/mastella-sfido-chi-mi-ricatta-rispetto-a-questi-lillipuziani-io-sono-la-storia-ditalia/) che emerge anche attraverso i frequenti richiami a frequentazioni politiche di altro livello ed altri tempi (Moro, Fanfani, etc…), che ricorrono ad ogni sua intervista (come nella famosa intervista del 25 gennaio 2020 al Fatto quotidiano https://www.anteprima24.it/benevento/dimissioni-voto-mastella-conferma/), nella quale magnificò pure il suo clientelismo di quei bei tempi andati).


Da un altro lato vi è la consapevolezza che il suo disegno politico, di utilizzare il ruolo di Sindaco della Città per tentare di tornare ad essere interlocutore “nazionale”, sta fallendo. Che avesse questa idea, è risultato evidente nel corso della consiliatura, durante la quale - alle prime promesse alla città di dedicarsi ormai solo a quella che continua a chiamare “la sua gente” (con linguaggio tipico della cultura feudale che lo pervade), promettendo una ritirata dopo aver risollevato le sorti della città, ed illudendo gli ingenui cittadini beneventani che questa volesse essere la nobile conclusione della sua lunghissima esperienza politica - ne è seguito un approccio che più che alla buona amministrazione è stato concentrato sulla ricerca di alleanze politiche, rivelatesi, poi infruttuose.

In questa sede, non enumereremo i fallimenti amministrativi (ci riserviamo di farlo in altra sede) ma ci concentreremo solo sui passaggi politici. Entrato a gamba tesa in un contesto nel quale si era liberato uno spazio (l’eredità della Giunta Pepe, che gravava sulle spalle di Raffaele del Vecchio, faceva presagire una forte volontà di cambiamento in città), alimentato anche dalla inconsapevole complicità dei 5stelle che gli sbarazzarono il campo da un avversario all’epoca assai temibile (lo stimato Nicola Sguera)  dall’esautorarsi della stagione della destra cittadina, alimentata dalla crisi nazionale dell’allora PDL, si presentò alla città come la garanzia di capacità amministrativa e come quello che – poiché non aveva più interessi politici, però aveva “conoscenze” – avrebbe portato risorse e lavoro. Fu gioco facile condurre una campagna elettorale su queste suggestioni, in una città già allo stremo economico, evitando ogni confronto con gli sfidanti e utilizzando il linguaggio di “chi sapeva e poteva” (v. manifestazione al teatro Massimo con Della Valle, la cui presenza doveva avere il ruolo di far prevedere un massiccio intervento dell’amico e forte imprenditore italiano sulla città). La semplificazione giornalistica definì la coalizione a suo sostegno come centro destra, ma in realtà lo stesso non ha mai nascosto che la sua non era una candidatura di centro destra ma civica di centro. Nel frattempo rastrellava i “senza casa” della stagione del centro destra di governo (Capuano, Pasquariello, De Minico, Orlando, Reale, che restarono poi in gran parte in Forza Italia, unico partito del centro destra che lo sostenne).

Vinta, senza colpo ferire, la campagna elettorale, iniziarono le gradi manovre. La candidatura della Lonardo al Senato con Forza Italia e l’alleanza già stretta a suo tempo con i sindaci del Tammaro Titerno per la elezione della stessa (propedeutica alla costruzione di un suo gruppo di potere provinciale da concretizzarsi poi con l’elezione del presidente della provincia) nacque nel clima più congeniale ai suoi principi: erano i tempi del patto del Nazareno Renzi-Berlusconi e non si escludeva, al tempo, un patto PD- Berlusconi. Nel frattempo, sul piano amministrativo, le crepe giunsero subito dopo la sua elezione. La girandola di revoche degli assessori, iniziata proprio con quella di Gerardo Giorgione, reo di aver postato sul suo profilo facebook degli apprezzamenti (poco nobili, in verità), proprio alla moglie di Renzi (guarda caso), dimostravano già una debolezza strutturale della sua maggioranza e la mancanza di un progetto di prospettiva per la città. La dinamica amministrativa si è impantanata ben presto in giochi di palazzo che lo hanno portato alle gravissime affermazioni ed insulti inflitti ai suoi consiglieri di maggioranza, al tempo delle sue finte dimissioni da Sindaco della fine di gennaio di quest’anno. Parlò di ricatti, di succhia ruote, etc… ma la storia della città ancora non ne conosce il motivo. Certo, l’amministrazione cittadina non ha brillato di progetti e di opere, ma passerà comunque alla storia come la più grande roulette russa che Benevento abbia mai avuto.

Tuttavia, dopo l’elezione della sig.ra Lonardo al Senato, il nostro fece un gesto significativo che è passato in sordina. Prese la tessera di un partito nazionale. Forza Italia. Era la prima volta dopo la DC. Era il 2018 e il centro destra era in netta crescita, e vinse di gran lunga le elezioni, anche se la divaricazione tripartita tra centro destra, 5 stelle e Centrosinistra, non consentì di affidare il governo alla coalizione, perché non aveva la maggioranza in parlamento. Ma, nell’imminenza del dopo voto, e nella lunghissima attesa delle decisioni di Mattarella sul nuovo governo, Mastella cercò di accreditarsi come leader del centro destra (ricorderete che le conferenze stampa le conduceva lui, per Forza Italia, con la Lonardo e Fernando Errico al suo fianco, nel ruolo di pedine/comparse). Lì c’era una doppia partita: non era escluso che, nella cabala dei possibili governi, scappasse un accordo che comprendesse la stessa Forza Italia e, comunque, il centro destra in crescita e il declino del PD, facevano prevedere che la partita si potesse giocare anche in Campania. Ed infatti, poco dopo, con De Luca ai minimi di gradimento, iniziarono le sue richieste di essere indicato come candidato governatore del centrodestra o, in alternativa di celebrare le primarie. Alternativa che fu anche nei suoi pensieri allorquando si dimise da Sindaco, nel gennaio 2020. I tempi c’erano anche per una sua candidatura a Governatore della Campania.

Non trovò sponda nel centro destra, neanche per la sua ricandidatura a Sindaco e riparò goffamente con una ritirata immotivata dalle dimissioni, accompagnata da un ennesimo ed illogico rimpasto di giunta. Ha ammantato la sua scelta con una sorta di guerra santa per il sud contro l’invasore nordista (eccezione che non espresse quando ha sostenuto La Lonardo e Fernando Errico all’uninominale, dove venivano votati anche dalla Lega (e da Fratelli d’Italia).

Sfumata ogni possibilità di recuperare centralità politica a destra e complice la riesumazione di De Luca grazie al Covid, non gli restava che tirare fuori il suo numero migliore: salire sul carro del vincitore. Ma, stavolta, senza prospettiva per sé. La sua lista Noi Campani, rischia di non essere determinante – se dovesse vincere De Luca – e lui stesso sa che se dovesse prendere un consigliere, difficilmente sarà di Benevento. Ecco perché, almeno fino alle elezioni, nessuno sostituirà Gino Abbate, con lui candidato, alla guida della Ge.Se.Sa. Potrà sempre rinominarlo, nel caso – molto probabile – di una sua non elezione. Se a questo aggiungiamo che le elezioni al parlamento sono lontane e non si conosce né legge elettorale né composizione dei collegi, in attesa del referendum, l’unica chance che gli resta è proprio quello che non voleva e non gli piace fare (visti anche i modesti e lillipuziani, questi sì, risultati). Ricandidarsi a Sindaco della città.

Con la differenza che tra un mese, quando saranno state archiviate anche le elezioni regionali, nelle quali anche una eventuale elezione di De Luca lo confinerà all’irrilevanza numerica politica, nessuno lo vorrà come proprio candidato. Né il centrosinistra che nascerà dalla faida in atto con le regionali, né il centro destra che ha tradito, né ovviamente i 5 stelle. E non pare che goda di credito presso alcuna possibile componente civica.

Il nervosismo è giustificato.


Il lupo




lunedì 11 maggio 2020

IL SANNIO È UNA TERRA POTENZIALMENTE RICCA, MA SCONFITTA

Il mio ultimo articolo affronta l'ennesimo caso di ipotesi di truffa e malaffare a spese dello stato e del territorio, mettendo in evidenza come in terra sannita ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Eppure il tutto è fatto opportunamente passare sotto silenzio, viene isolata la mia voce, perché è concretamente fuori dal coro e minacciati coloro che a questa voce danno spazio. La mia sorpresa è che tra loro compare chi grida al cambiamento, chi tifa per il rinnovamento della politica nazionale e poi condanna, con la sua omertà, il suo stesso spazio vitale, quello che prima di ogni altro dovrebbe starci a cuore. E' accaduto per i fatti castelpotani è accaduto in questa circostanza è accaduto nel tempo con l'Associazione Simeone e sempre accadrà. Ne sono cosciente, ma vado avanti ugualmente. Di seguito il testo dell'articolo.

Il viadotto Tammarecchia è una di quelle opere infrastrutturali preziose per i collegamenti delle aree interne del Sannio, territorio frastagliato e segmentato da piccoli corsi d’acqua e irregolarità paesaggistiche. Avrebbe dovuto collegare le aree Pip (piano per gli insediamenti produttivi) di Reino, San Marco dei Cavoti e Molinara, usufruendo del finanziamento della Regione Campania nell'ambito dell'accordo di programma quadro relativo allo sviluppo rurale, per un importo di circa quattro milioni di euro, ma non fa in tempo a vedere il suo primo anno di vita che crolla all’altezza di Molinara, rivelando, a detta degli inquirenti, “diverse condotte criminose durante le fasi di progettazione” ed esecuzione. 
A seguito delle indagini espletate, la Procura della Repubblica di Benevento ha richiesto il rinvio a giudizio di diversi soggetti, tra i quali pubblici ufficiali, collaudatori, direttori dei lavori, responsabili del procedimento ammnistrativo, nonché dei legali rappresentati delle A.T.I. aggiudicatarie dei lavori per i reati di tentata truffa aggravata, disastro colposo, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture, falso ideologico e per violazioni al testo unico sulle opere idrauliche, violazioni al testo unico ambientale e al testo unico urbanistico-edilizia. Il GUP ha fissato l’udienza preliminare per il 14.5.2020.
La minoranza del consiglio comunale di Reino (ente delegato per l’attuazione del progetto) dopo aver preso atto che non era stata escussa la polizza a garanzia del contratto e che solo per i legali rappresentanti dell’impresa TOZZI srl dell’ATI aggiudicataria non era stato richiesto il rinvio a giudizio nel procedimento penale sopra richiamato ha formulato alcune richieste al sindaco di Reino, Antonio Calzone.

Rendendosi conto delle molteplici anomalie, comuni del resto ad un modus operandi sempre più frequente, i consiglieri di minoranza del Comune di Reino hanno chiesto di disporre l’adozione dei provvedimenti prescritti dal DPR 380/2001 nei confronti dei soggetti che hanno eseguito le opere del suddetto progetto intercomunale e che interessano il territorio comunale di Reino in assenza del parere dell’AUTORITA’ DI BACINO, della Forestale e della comunità montana, in quanto attraversano aree “INSTABILI ed AD INCERTA STABILITÀ ed aree soggette a vincolo idrogeologico.

In un momento non felice e spesso funesto, come quello che non solo il Sannio e il sud Italia, ma l’Italia intera sta vivendo, un Pubblico Ufficiale come un sindaco, massima autorità amministrativa sanitaria, non può anteporre all’interesse generale quello dei singoli, ai quali la magistratura ha contestato ipotesi di reato penale nella cattiva esecuzione delle opere in questione. 

In particolare la minoranza chiede di accertare la dubbia congruità dei dati riportati negli atti progettuali depositati presso il Genio Civile di Benevento e il successivo collaudo statico del Ponte CROLLATO e quelli redatti ai sensi del D.Lgs 163/06 normativa all’epoca vigente, oggi in possesso del RUP, che risulterebbe indagato per gravi reati: falso, truffa, abuso edilizio e crollo colposo, in relazione ai lavori descritti. Questo “chiedere” è doveroso anche perché dagli atti della Procura della Repubblica il RUP risulta difeso dall’avv. Luigi Diego Perifano, che recentemente con determina dirigenziale lo stesso RUP ha incaricato quale consulente del comune di Reino nella pratica in oggetto.
Sembrerebbe (è) la solita storia di malaffare e clientelismo che affama il sud Italia da anni immemori e relega territori interni della penisola, quali il Sannio, a rimanere inermi. Il sindaco di Reino non risponde alla minoranza, non risponde ai suoi cittadini e tutto tace. Eppure l’’Impresa TOZZI srl ha depositato proprio presso lo studio del commercialista, sindaco, Calzone Antonio la propria contabilità lavori, possibile ci chiediamo, come ha fatto la minoranza che non sapesse che la predetta impresa TOZZI S.r.l. ha realizzato opere (facenti parti del progetto in oggetto) nel territorio del comune di Reino in aree instabili e a incerta stabilità e in aree soggette a vincolo idrogeologico, in assenza del parere dell’Autorità di Bacino e senza il parere della Forestale e della Comunità Montana? Il silenzio non ci aiuta a capire, non ci aiuterà a risolvere le tante carenze del procedimento penale, che ad ora non ha incluso tra gli indagati chi ha commesso l’abuso edilizio, come anche i soggetti che hanno omesso di comunicare all’A.G. l’abuso edilizio, coloro che non hanno incamerato la polizza a garanzia e i soggetti che hanno tralasciato di esercitare la vigilanza nei confronti dei dipendenti comunali, probabili cittadini di serie A di un andazzo che va cambiato.  - A cura di Marina Simeone


sabato 9 maggio 2020

9 MAGGIO, SETTANTA ANNI DOPO DALL'AVVIO DEL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA


NESSUN OTTIMISMO SE NON SI RIFONDANO LE ISTITUZIONI 

Vi è uno strano ottimismo nella lettera pubblicata oggi dai Presidenti dei più importanti organismi europei (Charles Michel, David Sassoli e Ursula von der Leyen), in occasione del settantesimo anniversario della “proposta Shumann”, considerata la data di avvio del processo di costruzione europea. Che fa il paio con analoga lettera celebrativa sottoscritta dai presidenti delle assemblee parlamentari di Italia, Francia, Spagna e Germania, tra cui il nostro Roberto Fico. In entrambe trapela l’ottimismo per un processo di prosperità che solo l’integrazione europea avrebbe garantito e la convinzione che il dopo-Covid sia più o meno come il dopo guerra, una fase di ricostruzione e di ricchezza e di solidarietà tra i popoli europei. 

La argomentazione fondamentale sta nella indiscutibile considerazione che le singole nazioni siano, nello scenario globale, troppo deboli se restassero sole e che solo uniti si può reggere alla competizione mondiale. Ciò detto, l’elenco dei buoni propositi e dei principi affermati (solidarietà tra le nazioni, aiuto alle fasce deboli, lotta al cambiamento climatico e maggiore trasparenza e democraticità degli organismi europei) viene presentato come la naturale conseguenza di un cammino che è sempre andato in questa direzione e che può solo rafforzarsi. Evidentemente le cose non sono andate così, fino ad oggi, ed è paradossale che queste parole provengano dalle stesse istituzioni che hanno ostacolato questo processo, anziché rafforzarlo. E quanto accaduto dall’inizio dell’emergenza a partire dalle parole pronunciate dalla Lagarde, passando per il contrasto con Olanda e Germania sugli aiuti europei, fino al recente richiamo alla BCE dell’Alta Corte tedesca sull’acquisto dei bond, ci dice esattamente l’opposto. 

In ogni caso, anche se fossero in buona fede, la speranza di cambiamento nasce da un presupposto sbagliato. Il dopo Covid non sarà, come suppongono in tanti, la riedizione della ricostruzione post-bellica. Innanzitutto perché non vi sono nazioni da rifondare e istituzioni da far nascere, come fu per gli Stati usciti dalla seconda guerra mondiale e con l’avvio del dialogo per la nascita dell’Unione europea. Non vi sono in atto processi di rifondazione delle istituzioni. Nessun nuovo processo costituente si profila all’orizzonte, né in Europa né nei singoli paesi e, per ciò che ci riguarda, in Italia. 

Vi è solo la consapevolezza che per far ripartire l’economia è necessario reperire molte risorse, ma nessuno vuole pagare dazio per questo. La consapevolezza che le istituzioni fossero inadeguate e che fosse necessario ripensarle, sia a livello europeo che italiano, si è rafforzata proprio nella fase dell’emergenza covid, che ha solo fatto emergere in maniera più evidente tutte le preesistenti e conosciute fragilità delle istituzioni, del rapporto tra le stesse, del mito della “globalizzazione”, del “mito” dell’Europa “unita”, del regionalismo a plurima velocità, della mercificazione della sanità e della mai risolta e devastante contraddizione di un paese ricco di produzione e di ingegno che tuttavia muore quotidianamente di disoccupazione, tasse, burocrazia e di squilibrio territoriale. E che dimentica, con la sanità, la ricerca e l'istruzione. 

Se tutto ciò è vero, appare oggi quanto mai stridente sventolare la bandiera dell’Europa unita come 


traguardo di chi sa quali successi e appare ancora più deludente che la politica italiana, soprattutto dei partiti di maggioranza, si riduca al dibattito tra gli “assistenzialisti” e “produttivisti”, (cioè tra coloro che vogliono distribuire le risorse (quali?) a pioggia e chi vuole destinarle all’incentivo alla produzione. Se la convinzione di trovarsi di fronte ad una nuova fase epocale di ricostruzione fosse sincera, si dovrebbe partire dalla rifondazione dello Stato e delle istituzioni europee e non semplicemente pensare ad un Governo di unità nazionale, solo per paura di andare a votare. 

Abbiamo fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia, diceva trent’anni fa Giorgio Gaber nella sua canzone “Io non mi sento Italiano” (manco a farlo apposta). Oggi, dopo 70 anni, dovremmo ammettere che non abbiamo fatto né l’Europa né l’Italia. E non avremo il boom come negli anni 60, ma il Gattopardo. Perché, come diceva Marx, la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, poi in farsa. 
A cura di Federico Paolucci





venerdì 17 aprile 2020

BASTA CON LA DITTATURA DEI CRETINI

Ribellarsi è l'unica fase 2 possibile.

La fase 2 è una sola: ribellarsi alla dittatura dei cretini. 

In Italia, da anni, esiste un'unica emergenza: quella iniziata con la sistematica violazione delle regole costituzionali e democratiche che, nella contingenza del Covid-19, è culminata con la sospensione della Costituzione e dei diritti dei cittadini in tema di libertà e di lavoro. 

Decreti incostituzionali, far west dei Presidenti di Regione, abolizione del Parlamento, massacro della giustizia, svendita dell'Italia ai grandi interessi economici e arresti domiciliari per tutti i cittadini senza aver commesso alcun reato. 

Anche chi pensa che la salute venga prima della libertà, non può consentire che si distruggano le regole costituzionali. 

Adesso vi “tracceranno” con il telefonino anche se andate a comprare il latte. 

Meglio morire liberi, che vivere reclusi.

a cura di Il Lupo




venerdì 10 aprile 2020

LA PASQUA CRISTIANA, CONTE E LA PRIVAZIONE DELLA LIBERTA'

In riferimento al discorso del presidente del consiglio Giuseppe Conte, tenuto la sera del 6 aprile, accosterei, con similitudine di significati, il commento che si può ricavare dal passo scritturistico dell'evangelista Marco: "Senza frutti è il fico, come lo è il Tempio" - (vedi Mc 11,12-14.20-21).

Il fico senza frutto allude, nella piena emergenza coronavirus, a quel fico rigoglioso e verdeggiante che era l'Italia, divenuta sterile di frutti quali risposte e reazioni concrete.

Lungi da me addentrarmi nei meandri economici e scientifici, delego questo compito agli addetti del settore; non posso, non di certo, redimermi nel dare replica sul valore della Pasqua cristiana.

Strumenti quali: Sacra Scrittura, Magistero e Patristica-Patrologia sono necessari per sottolineare la portata universalistica della Pasqua cristiana e potrebbero, mi sia consentito, ritornare utili anche allo staff del premier Giuseppe Conte.

Onorevole Presidente, nel 2020 non mi aspetto un ritorno al cesaropapismo bizantino, non da lei, ma pretendo rispetto e protezione per l'ortodossia della fede; in punta di piedi Le suggerirei di addentrarsi nel mistero bibblico così come Mosè, sorpreso ed intimorito dal roveto ardente, risponde alla chiamata di Dio che lo invita a togliersi i sandali perché il terreno su cui cammina è un terreno sacro (vedi Es. 3).

Identico ed eguale rispetto che ogni persona, ogni cittadino italiano, credente o meno, deve mostrare nei confronti del mistero della fede, togliendo i "sandali" dei pregiudizi, delle spiegazioni preconfezionate, delle deleterie risposte facili.

Mirabile sintesi dello straordinario rapporto che lega cristiani ed ebrei è offerta, a giusto titolo, dal paragrafo 4 dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate: "Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti".

Signor Presidente, il suo riferimento alla Pesach ebraica è importante ma è stato superficiale; voglio ricordare che dall'8 al 16 aprile i nostri fratelli ebrei festeggiano la Pasqua ebraica: Chag Pesach Sameach! "Io sono JHWH, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto" (Es. 20,1). 

Di promessa in promessa, di generazione in generazione, il popolo ebraico percorre la strada della libertà che va dall'uscita dall'Egitto all'entrata nella terra promessa passando, senza dimenticarlo, attraverso il cammino nel deserto e l'incontro al Sinai col Liberatore. Quanto nutrimento spirituale, quanto conforto possiamo attingere in questo presente di tribolazione, dalla memorabile saggezza contenuta nei libri che contengono la storia di ogni tempo (Contro Apione, Flavio Giuseppe).

Onorevole Presidente a tutto questo va aggiunto, mi permetta, quel fondamentale passaggio dal primo al nuovo patto: il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Il centro della rivelazione di Dio fatta da Gesù è proprio l'evento pasquale, lo stesso Gesù come annunciatore e testimone della venuta di JHWH in mezzo al suo popolo. La cena pasquale, punto decisivo, diviene carica di valore, un nuovo valore aggiunto all'antica Pasqua dell'esodo. La morte di Gesù suggella un patto nuovo, ma questo nuovo patto è il modello ideale e celeste secondo il quale fu istituto il primo patto.

Nella sua essenza, il primo patto è l'ombra e la parabola del patto celeste ed eterno suggellato una volta per sempre dal Figlio. (Eb. 8,8 9,15 7,27 9,12 10,10). La Pasqua cristiana rappresenta la massima realizzazione della libertà, in quanto la morte di Cristo, scelta messianica, è stata libera e consapevole. È la croce, simbolo universale, in cui Gesù manifesta la rivelazione di Dio come l'Abbà (Padre). "Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione" (Lc 22,25).

Signor Presidente, come appartenenti a Santa Romana Chiesa fa male, malissimo, non poterci accostare alla frazione del pane e al calice della benedizione questa domenica di Pasqua ma ci conformiamo alle disposizioni governative ed obbediamo al posizionamento della Conferenza Episcopale Italiana. La storia, ricca di sfumature, a volte offre delle accelerazioni improvvise, ne è lampante esempio questo 2020; saprà la nostra Italia vincere la sfida dei cambiamenti? La mia speranza si rifugia in un nuovo Rinascimento. 

Onorevole Presidente nell'augurarLe buon lavoro, nell'unico supremo bene che è l'interesse degli italiani, e buona Pasqua, la invito alla comprensione de l'Eranistes di Teodoreto di Cirro, splendido dialogo volto a confutare gli uomini dalle molte forme. "Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli d'Italia. La grazia sia con tutti voi" (Eb 13,24).

a cura di Alfonso "Adeodato" Muscetti


venerdì 3 aprile 2020

LA SCUOLA ITALIANA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Le nostre vite, così come la nostra quotidianità, sono state stravolte. L'avvento dell'emergenza sanitaria ha cambiato le abitudini di tutti noi, dalle più basilari routine giornaliere a quelle del lavoro e finanche dello studio. 

In questo marasma generale anche la scuola ha dovuto adattarsi al nuovo stile di vita, con non poche difficoltà sia per il corpo docente che per gli alunni. La "nuova scuola" a distanza dettata dalla necessità della circostanza, sarà, probabilmente, apripista di un futuro modo di apprendere, ma come ogni novità si porta dietro i digasi oltre i vantaggi. 

Molte famiglie, già vessate dalla crisi economica emersa all'indomani del lockdown, si ritrovano impreparate ad affrontare il nuovo approccio scolastico, con conseguente difficoltà nella reperibilità di beni richiesti dal mondo scolastico. In questi giorni anche reperire della carta per prendere appunti diventa complicato, sia per le misure restrittive ancora in vigore che per gli oneri economici che può comportare l'acquisto di una stampante o fotocopiatrice. 

Sono giorni cupi dove è forte la paura e l'incertezza, giorni in cui resta poco spazio per il dogmatismo di una lezione ordinaria, e si fa sempre più spazio un modello che si basa sul tenere stretto il rapporto umano con gli studenti, che faccia capire che la scuola è presente e che dia un'idea di continuità impedendo la dispersione scolastica. 

E' impensabile pretendere che si possa lavorare con la stessa produttività di prima, vale per l'operaio in fabbrica tanto per gli studenti, non per il metodo di apprendimento posto sulla multimedialità, ma per la mera questione di scarsa reperibilità di beni e mezzi richiesti. Se è vero che ci vorrà tempo per tornare alla nostra "normalità", allora bisogna affrontare questa sfida con mente aperta ed empatia.

di Domenico Giglio


mercoledì 25 marzo 2020

IL REGNO D'ITALIA. DA CONTE A MONARCA ASSOLUTO, DAL CORONA (VIRUS) ALLA CORONA (MONARCHICA)

Il parlamento deve riunirsi con urgenza e in seduta ad oltranza se vuole salvare la democrazia in questo paese.

Al di là della opportunità delle scelte nell'approccio a fronteggiare il Covid-19 (materia nella quale non entro, per non averne le competenze): qui esiste un problema che non si è mai verificato in oltre settant'anni di storia costituzionale.

Dico subito come la penso: è giusto che ci autorecludiamo in casa, salve le possibilità concesse per esigenze personali. Tuttavia, è certo che le prescrizioni, limitazioni, regole e sanzioni emanate sono palesemente incostituzionali, sia per quanto riguarda la libertà di spostamento e di circolazione, ma sopratutto per la misura di "arresti domiciliari" di fatto e ciò sia perchè emenate con DPCM, mentre è necessaria una legge, per alcune di queste prescrizioni, sia perchè la limitazione della libertà personale è possibile solo su provvedimento dell'autorità giudiziaria nel rispetto delle leggi vigenti.

Così come la grillina esutorazione delle Camere è un atto che è un vero e proprio attentato alla costituzione ed alle garanzie di rappresentanza democratica che il Parlamento deve garantire.

Ciò detto, per sanare questa questione, che è altrettanto importante per il futuro del paese, almeno quanto la lotta al coronavirus, ed anche al fine di evitare che si determini un pericoloso precedente, è indispensabile una riunione permanente del parlamento per emanare le norme necessarie, secondo costituzione e per – se serve - modificare la costituzione. Perchè, almento queste norme, non possiamo consentire che vengano modificate attraverso una bozza di DPCM.

Per il resto, è ovvio che i cittadini fanno bene a restare a casa. Per la salute pubblica e privata. Ma il parlamento non può non affrontare un nodo che attenta alle libertà fondamentali ed alla violazione, da parte del Governo, di norme costituzionali.

di Federico Paolucci