lunedì 11 maggio 2020

IL SANNIO È UNA TERRA POTENZIALMENTE RICCA, MA SCONFITTA

Il mio ultimo articolo affronta l'ennesimo caso di ipotesi di truffa e malaffare a spese dello stato e del territorio, mettendo in evidenza come in terra sannita ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Eppure il tutto è fatto opportunamente passare sotto silenzio, viene isolata la mia voce, perché è concretamente fuori dal coro e minacciati coloro che a questa voce danno spazio. La mia sorpresa è che tra loro compare chi grida al cambiamento, chi tifa per il rinnovamento della politica nazionale e poi condanna, con la sua omertà, il suo stesso spazio vitale, quello che prima di ogni altro dovrebbe starci a cuore. E' accaduto per i fatti castelpotani è accaduto in questa circostanza è accaduto nel tempo con l'Associazione Simeone e sempre accadrà. Ne sono cosciente, ma vado avanti ugualmente. Di seguito il testo dell'articolo.

Il viadotto Tammarecchia è una di quelle opere infrastrutturali preziose per i collegamenti delle aree interne del Sannio, territorio frastagliato e segmentato da piccoli corsi d’acqua e irregolarità paesaggistiche. Avrebbe dovuto collegare le aree Pip (piano per gli insediamenti produttivi) di Reino, San Marco dei Cavoti e Molinara, usufruendo del finanziamento della Regione Campania nell'ambito dell'accordo di programma quadro relativo allo sviluppo rurale, per un importo di circa quattro milioni di euro, ma non fa in tempo a vedere il suo primo anno di vita che crolla all’altezza di Molinara, rivelando, a detta degli inquirenti, “diverse condotte criminose durante le fasi di progettazione” ed esecuzione. 
A seguito delle indagini espletate, la Procura della Repubblica di Benevento ha richiesto il rinvio a giudizio di diversi soggetti, tra i quali pubblici ufficiali, collaudatori, direttori dei lavori, responsabili del procedimento ammnistrativo, nonché dei legali rappresentati delle A.T.I. aggiudicatarie dei lavori per i reati di tentata truffa aggravata, disastro colposo, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture, falso ideologico e per violazioni al testo unico sulle opere idrauliche, violazioni al testo unico ambientale e al testo unico urbanistico-edilizia. Il GUP ha fissato l’udienza preliminare per il 14.5.2020.
La minoranza del consiglio comunale di Reino (ente delegato per l’attuazione del progetto) dopo aver preso atto che non era stata escussa la polizza a garanzia del contratto e che solo per i legali rappresentanti dell’impresa TOZZI srl dell’ATI aggiudicataria non era stato richiesto il rinvio a giudizio nel procedimento penale sopra richiamato ha formulato alcune richieste al sindaco di Reino, Antonio Calzone.

Rendendosi conto delle molteplici anomalie, comuni del resto ad un modus operandi sempre più frequente, i consiglieri di minoranza del Comune di Reino hanno chiesto di disporre l’adozione dei provvedimenti prescritti dal DPR 380/2001 nei confronti dei soggetti che hanno eseguito le opere del suddetto progetto intercomunale e che interessano il territorio comunale di Reino in assenza del parere dell’AUTORITA’ DI BACINO, della Forestale e della comunità montana, in quanto attraversano aree “INSTABILI ed AD INCERTA STABILITÀ ed aree soggette a vincolo idrogeologico.

In un momento non felice e spesso funesto, come quello che non solo il Sannio e il sud Italia, ma l’Italia intera sta vivendo, un Pubblico Ufficiale come un sindaco, massima autorità amministrativa sanitaria, non può anteporre all’interesse generale quello dei singoli, ai quali la magistratura ha contestato ipotesi di reato penale nella cattiva esecuzione delle opere in questione. 

In particolare la minoranza chiede di accertare la dubbia congruità dei dati riportati negli atti progettuali depositati presso il Genio Civile di Benevento e il successivo collaudo statico del Ponte CROLLATO e quelli redatti ai sensi del D.Lgs 163/06 normativa all’epoca vigente, oggi in possesso del RUP, che risulterebbe indagato per gravi reati: falso, truffa, abuso edilizio e crollo colposo, in relazione ai lavori descritti. Questo “chiedere” è doveroso anche perché dagli atti della Procura della Repubblica il RUP risulta difeso dall’avv. Luigi Diego Perifano, che recentemente con determina dirigenziale lo stesso RUP ha incaricato quale consulente del comune di Reino nella pratica in oggetto.
Sembrerebbe (è) la solita storia di malaffare e clientelismo che affama il sud Italia da anni immemori e relega territori interni della penisola, quali il Sannio, a rimanere inermi. Il sindaco di Reino non risponde alla minoranza, non risponde ai suoi cittadini e tutto tace. Eppure l’’Impresa TOZZI srl ha depositato proprio presso lo studio del commercialista, sindaco, Calzone Antonio la propria contabilità lavori, possibile ci chiediamo, come ha fatto la minoranza che non sapesse che la predetta impresa TOZZI S.r.l. ha realizzato opere (facenti parti del progetto in oggetto) nel territorio del comune di Reino in aree instabili e a incerta stabilità e in aree soggette a vincolo idrogeologico, in assenza del parere dell’Autorità di Bacino e senza il parere della Forestale e della Comunità Montana? Il silenzio non ci aiuta a capire, non ci aiuterà a risolvere le tante carenze del procedimento penale, che ad ora non ha incluso tra gli indagati chi ha commesso l’abuso edilizio, come anche i soggetti che hanno omesso di comunicare all’A.G. l’abuso edilizio, coloro che non hanno incamerato la polizza a garanzia e i soggetti che hanno tralasciato di esercitare la vigilanza nei confronti dei dipendenti comunali, probabili cittadini di serie A di un andazzo che va cambiato.  - A cura di Marina Simeone


sabato 9 maggio 2020

9 MAGGIO, SETTANTA ANNI DOPO DALL'AVVIO DEL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA


NESSUN OTTIMISMO SE NON SI RIFONDANO LE ISTITUZIONI 

Vi è uno strano ottimismo nella lettera pubblicata oggi dai Presidenti dei più importanti organismi europei (Charles Michel, David Sassoli e Ursula von der Leyen), in occasione del settantesimo anniversario della “proposta Shumann”, considerata la data di avvio del processo di costruzione europea. Che fa il paio con analoga lettera celebrativa sottoscritta dai presidenti delle assemblee parlamentari di Italia, Francia, Spagna e Germania, tra cui il nostro Roberto Fico. In entrambe trapela l’ottimismo per un processo di prosperità che solo l’integrazione europea avrebbe garantito e la convinzione che il dopo-Covid sia più o meno come il dopo guerra, una fase di ricostruzione e di ricchezza e di solidarietà tra i popoli europei. 

La argomentazione fondamentale sta nella indiscutibile considerazione che le singole nazioni siano, nello scenario globale, troppo deboli se restassero sole e che solo uniti si può reggere alla competizione mondiale. Ciò detto, l’elenco dei buoni propositi e dei principi affermati (solidarietà tra le nazioni, aiuto alle fasce deboli, lotta al cambiamento climatico e maggiore trasparenza e democraticità degli organismi europei) viene presentato come la naturale conseguenza di un cammino che è sempre andato in questa direzione e che può solo rafforzarsi. Evidentemente le cose non sono andate così, fino ad oggi, ed è paradossale che queste parole provengano dalle stesse istituzioni che hanno ostacolato questo processo, anziché rafforzarlo. E quanto accaduto dall’inizio dell’emergenza a partire dalle parole pronunciate dalla Lagarde, passando per il contrasto con Olanda e Germania sugli aiuti europei, fino al recente richiamo alla BCE dell’Alta Corte tedesca sull’acquisto dei bond, ci dice esattamente l’opposto. 

In ogni caso, anche se fossero in buona fede, la speranza di cambiamento nasce da un presupposto sbagliato. Il dopo Covid non sarà, come suppongono in tanti, la riedizione della ricostruzione post-bellica. Innanzitutto perché non vi sono nazioni da rifondare e istituzioni da far nascere, come fu per gli Stati usciti dalla seconda guerra mondiale e con l’avvio del dialogo per la nascita dell’Unione europea. Non vi sono in atto processi di rifondazione delle istituzioni. Nessun nuovo processo costituente si profila all’orizzonte, né in Europa né nei singoli paesi e, per ciò che ci riguarda, in Italia. 

Vi è solo la consapevolezza che per far ripartire l’economia è necessario reperire molte risorse, ma nessuno vuole pagare dazio per questo. La consapevolezza che le istituzioni fossero inadeguate e che fosse necessario ripensarle, sia a livello europeo che italiano, si è rafforzata proprio nella fase dell’emergenza covid, che ha solo fatto emergere in maniera più evidente tutte le preesistenti e conosciute fragilità delle istituzioni, del rapporto tra le stesse, del mito della “globalizzazione”, del “mito” dell’Europa “unita”, del regionalismo a plurima velocità, della mercificazione della sanità e della mai risolta e devastante contraddizione di un paese ricco di produzione e di ingegno che tuttavia muore quotidianamente di disoccupazione, tasse, burocrazia e di squilibrio territoriale. E che dimentica, con la sanità, la ricerca e l'istruzione. 

Se tutto ciò è vero, appare oggi quanto mai stridente sventolare la bandiera dell’Europa unita come 


traguardo di chi sa quali successi e appare ancora più deludente che la politica italiana, soprattutto dei partiti di maggioranza, si riduca al dibattito tra gli “assistenzialisti” e “produttivisti”, (cioè tra coloro che vogliono distribuire le risorse (quali?) a pioggia e chi vuole destinarle all’incentivo alla produzione. Se la convinzione di trovarsi di fronte ad una nuova fase epocale di ricostruzione fosse sincera, si dovrebbe partire dalla rifondazione dello Stato e delle istituzioni europee e non semplicemente pensare ad un Governo di unità nazionale, solo per paura di andare a votare. 

Abbiamo fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia, diceva trent’anni fa Giorgio Gaber nella sua canzone “Io non mi sento Italiano” (manco a farlo apposta). Oggi, dopo 70 anni, dovremmo ammettere che non abbiamo fatto né l’Europa né l’Italia. E non avremo il boom come negli anni 60, ma il Gattopardo. Perché, come diceva Marx, la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, poi in farsa. 
A cura di Federico Paolucci